È la pizza che fa male o è Report che fa male alla pizza?

La trasmissione di RaiTre torna a Napoli per parlare della rivoluzione della pizza. Con un teatrino imbarazzante.

Rubrica di Giuseppe A. D'Angelo — 4 giorni fa

A volte ritornano. Lunedì 22 novembre quelli di Report hanno deciso di puntare di nuovo le telecamere sulla pizza, dopo il servizio di otto anni fa che aveva suscitato uno sconvolgimento generale nell’industria. Tanto fu il clamore suscitato, che i pizzaioli di Napoli si rimboccarono le maniche e cominciarono a fare sul serio, lasciandosi alle spalle anni di farine 00, oli di semi e forni a legna. Una rivoluzione totale, di cui la trasmissione di RaiTre fu la principale artefice, tanto che il 2014 viene ormai considerato come “l’anno zero della pizza”.

O almeno, questa è la storiella che ci hanno voluto raccontare. A volte ritornano, dicevamo, solo che lo fanno più antipatici di prima. Perché se il servizio di anni fa mostrava diverse falle nella narrazione, ma perlomeno aveva una missione di inchiesta, quello attuale raggiunge vette di imbarazzo notevoli: un’enorme marchetta all’intera trasmissione stessa. Purtroppo supportata dagli attori di quella stessa industria vituperata anni fa.

Ma andiamo con ordine. Nel 2014 Report trasmette un servizio di un’ora intitolato “Non bruciamoci la pizza”. Il giornalista Bernardo Iovene passa in rassegna diverse pizzerie di Italia per illustrare tutti i difetti di un comparto della ristorazione che dovrebbe invece rappresentare il nostro orgoglio. A Napoli i forni sono sporchi e le pizze bruciate; a Roma le farine sono rinforzate chimicamente; a Venezia le pizze sono surgelate e spacciate per artigianali; a Milano, friggono nell’olio.

Iovene, insomma, non dipinge proprio un quadro illuminante della situazione italiana. Ma chi segue Report sa che la trasmissione si è distinta negli anni per aver adottato un modello di narrazione purtroppo imperante nella televisione italiana. Quella del cosiddetto “giornalismo a tesi”: si parte da un assunto precostituito e si va alla ricerca di tutti quegli elementi e le testimonianze che possano confermarlo. Il montaggio facilita questo tipo di narrazione, in quanto si scelgono ad arte le riprese che tornano utili, e non c’è mai un’ombra di contraddittorio.

Lo spettatore ignaro rimane quindi in balia della narrazione e non può fare altro che fidarsi di quello che è il servizio pubblico per eccellenza. Chi è invece un po’ più pratico dell’argomento trattato ne riconosce invece sempre la fallacia. E infatti, nel caso della pizza, furono numerosi gli articoli dell’epoca che si rivoltarono contro il reportage. Soprattutto quelli che smontarono le affermazioni dei ricercatori scientifici chiamati ad evidenziare i pericoli di pizze bruciate e impasti precotti.

C’è da dire che in molti casi non occorrono neanche conoscenze particolarmente approfondite per capire che c’è qualcosa che non va, ma solo un pizzico di buonsenso. Ad esempio nel servizio del 2014 viene interpellato l’ecotossicologo Guido Perin, che afferma con sicurezza che il fumo sulla pizza è tossico, per poi dichiarare un istante dopo che non ci sono studi seri in proposito. E quando gli chiedono se la presenza di idrocarburi nelle parti bruciate della pizza siano determinate dal fumo, la sua risposta è “a mio avviso sì”. Contravvenendo al principio basilare che la scienza non si basa sulle opinioni, ma sui dati. Ma forse quelli di Report non lo sanno.

La puntata sollevò un polverone, soprattutto nell’ambiente napoletano che, come è notorio, è molto sensibile a qualsiasi critica che venga mossa a uno qualsiasi dei propri patrimoni, che sia giustificata o meno. Bernardo Iovene evidentemente lo sapeva bene, tanto che nel 2019 tornò alla carica con un servizio tutto intento a scardinare i miti del caffè italiano dimostrando quanto fosse pessimo. Con Napoli, naturalmente, come capofila.

E diciamoci la verità: noi napoletani ci cadiamo troppo facilmente nella trappola. Non manchiamo infatti di riversarci sul web appena terminata la visione di un video contro la città per scatenare la nostra indignazione, facendo così aumentare la curiosità nei confronti dell’oggetto del nostro dibattere, e portando più spettatori verso il servizio incriminato. Questo articolo ne è un esempio. Potevamo ignorare la faccenda e continuare a vivere le nostre vite. Se non fosse che quello a cui abbiamo assistito è stato a dir poco imbarazzante.

Report torna infatti a Napoli, senza giustificato motivo, per parlare di un mondo pizza rivoluzionato. E lo fa attribuendosene tutti i meriti. Senza mezzi termini comunica a chiare lettere sui suoi profili social che il 2014 ha segnato “l’anno zero per la pizza”, e che la rivoluzione è iniziata immediatamente dopo la trasmissione della loro inchiesta. Una manfrina che ripetono costantemente durante la puntata, almeno una decina di volte.

La puntata è tutta volta a mostrare un mondo pizza che noi appassionati conosciamo anche fin troppo bene, raccontandolo quasi come fosse una novità: si parla della pizza contemporanea, di farine prodotte localmente, dell’utilizzo sempre più frequente dell’olio extravergine di oliva, di ingredienti del territorio… Insomma, ci sarebbe abbastanza da sbadigliare, se non fosse che siamo ben consapevoli che la maggior parte delle persone che guarda quella trasmissione non appartiene alla bolla di nerd appassionati a cui appartengono quelli che leggono queste righe.

Ed è proprio qui il problema. Perché il messaggio che passa ancora una volta allo spettatore ignaro è che sia davvero Report l’artefice di questo cambiamento. Crolla miseramente tutto il lavoro di ricerca portato avanti da un’intera generazione di pizzaioli che hanno effettivamente determinato le sorti del cambiamento ben prima che le telecamere di RaiTre arrivassero a Napoli. Per non parlare degli operatori del settore, come molini e produttori di forni, che avrebbero radicalmente modificato i loro piani industriali come se qualcuno avesse finalmente aperto loro gli occhi e mostrato la retta via.

Sarebbe troppo facile, però, prendersela con la banda di Sigfrido Ranucci, rei solo di auto-incensamento. Perché la cosa più triste di questo squallido teatrino è che sia stato messo in scena proprio grazie alla compiacenza di tutti gli operatori di settore. E in questo scenario si inquadrano, in maniera ancora più avvilente, i pizzaioli stessi. Improvvisamente tutta un’epopea di racconto fatta di sacrifici, notti insonni passati sui sacchi di farina e studi matti e disperatissimi si svuota di ogni significato quando decidono di ammettere: “sì, è stato solo merito vostro”.

Da un lato, non mi sentirei neanche di condannarli: quando ti puoi rendere protagonista di uno spettacolo che verrà trasmesso a milioni di persone, a chi mai verrebbe in mente di non dire a favore di telecamera quello che i giornalisti di Report vogliono sentirsi dire? Be’, in realtà a molti: infatti non tutti i presenti si sono prestati al gioco. Ma più che i presenti, pesano gli assenti: in un servizio tutto dedicato all’evoluzione gastronomica della pizza dov’è, ad esempio, uno come Franco Pepe? Forse che sarebbe stato difficile presentarsi da lui come i salvatori della patria?

E dire che anche nella stessa narrazione di Report molte cose non tornano. Il Sorbillo che nel servizio del 2014 veniva presentato come uno sperimentatore di nuovi blend, oggi diventa uno che prima del loro arrivo utilizzava solo farine 00. Il Ciro Salvo che dava lezioni di cottura e pulizia del forno ce lo fanno apparire adesso come un novello discepolo nelle mani del maestro Coccia (e con entrambi se ne sono guardati bene dal porgli la fatidica domanda). E parliamo anche del fatto che sono stati capaci di attribuirsi persino la popolarizzazione della pala forata, già presente in largo utilizzo da ben prima degli anni ’10.

A questo si aggiungono errori madornali come il dichiarare che la pizza contemporanea parta da Napoli, o che le farine raffinate rendano la pizza poco digeribile. Insomma, sono esattamente questi gli elementi che rendono quello di Report un racconto falsato e confezionato in malafede, con la consapevolezza che anche questo servizio avrebbe suscitato livore, discussioni sul web e di conseguenza maggior audience.

E la prova finale è il fatto che, a differenza del 2014, in questa circostanza si siano concentrati solo sulla città di Napoli. Ma come, la grande rivoluzione è avvenuta solo nel capoluogo partenopeo? Gli eroi del servizio pubblico non hanno avuto alcun impatto sulle altre città d’Italia che hanno visto la loro incursione la volta precedente? O forse hanno avuto paura di confrontarsi con personaggi come Gabriele Bonci, Simone Padoan, Renato Bosco, Nanni Arbellini, Simone Lombardi, i fratelli Aloe e tanti altri?

La cosa davvero triste di tutto ciò alla fine è proprio questa: non il pessimo giornalismo, ma il fatto che noi napoletani ci facciamo sempre la figura dei poveri Pulcinella. Cornuti e mazziati.

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