Cosa è la “Fame Chimica” e perché porta a mangiare Pizza e altro?

Cosa è, quando compare e come gestirla

Rubrica di Francesco Margheriti — 2 settimane fa

Chi non ha mai sentito parlare di cannabis? Ormai è argomento sdoganato in tanti ambiti della nostra vita quotidiana. Nella maggior parte dei casi viene usata come droga ricreativa e in alcuni paesi rappresenta una pratica legale ma, in realtà, la sua utilità è ben più marcata in campo medico e veterinario.
È indicata infatti per la riduzione dell’ansia, dei dolori e degli effetti collaterali legati ad un trattamento chemioterapico, fino all’aumento dell’appetito e del peso.
Ed è proprio su questi ultimi punti che torneremo fra poco, anche perché qui, su Garage Pizza, si parla di pizza e cibo in generale.

La “fame chimica”, chi è che non la conosce o non ne ha mai sentito parlare?

Sin dal 300 a.C. sembra siano note le capacità relative all’aumento dell’appetito di questa pianta (ma l’uso era già diffuso da tempo).

Oggi ci rendiamo conto che dopo tra i 30 e i 120 minuti successivi all’assunzione di cannabis un senso di fame comincia a farsi largo fino a che, soggettivamente, non abbiamo introdotto quello che consideriamo il nostro quantitativo di cibo più consono alle nostre voglie.
Con il termine “cannabis” ci si riferisce ad un genere di piante molto vario che hanno, tra loro, caratteristiche comuni. Una di queste è la presenza del composto THC (tetraidrocannabinolo), che sembra essere il responsabile di tale sensazione di fame. Questa molecola, legandosi a determinati recettori chiamati dei cannabinoidi di tipo 1 (che fantasia!), comunemente CB1, va ad aumentare la ricerca e la voglia di cibo(1).

Esperimenti sui topi indicano che i CB1 vengono attivati dal THC e questi vanno ad attivare anche i POMC (proormoni) solo che, mentre in una situazione drug-free i POMC hanno effetto anoressizzante (cioè tendono a farti sentire pieno), quando i CB1 sono attivati dalla cannabis funzionano al contrario, rilasciando neurotrasmettitori del benessere come alcuni tipi di endorfine. Questo doppio meccanismo, di conseguenza, spiega il piacere nel cercare continuamente cibo dopo assunzione di droghe leggere.
Dove si trovano, nello specifico, questi recettori? Ovunque o quasi, dal cervello allo stomaco e all’intestino. A prescindere da dove sono posizionati, hanno sempre a che fare con la regolazione ormonale legata al senso di sazietà.
Le tipologie di assunzione del THC sono diverse fra loro e le modifiche a carico dei tre ormoni che regolano la fame, la leptina, la grelina e la tirosina, sono evidenti, cambia solo la velocità di attivazione.
Una volta attivati, cominciamo a cercare cibo(2), soprattutto ricco di carboidrati e grassi.

Questa sovraesposizione (si spera temporanea) a questa tipologia di cibi, può portare ad un aumento del peso?

Ni. Diversi studi hanno evidenziato pareri contrastanti: in alcuni sembra ci sia un aumento di massa grassa, in altri viene notato una diminuzione del giro vita e, di conseguenza, un miglioramento dei parametri legati alla salute cardiovascolare. Questi studi, per motivi organizzativi e burocratici, ad oggi, hanno un limite. La maggior parte prevede l’autocontrollo da parte del soggetto in studio, quindi non c’è un ricercatore esterno che controlla precisamente il peso del soggetto e le sue misure antropometriche, ma è il soggetto stesso che ha deciso di partecipare ai vari studi e a riportare misure e quant’altro, con tutti gli errori del caso.
Infatti, a conferma di ciò, tre studi clinici in ambito ospedaliero hanno espresso pareri concordi tra loro, e cioè che chi fa uso di cannabis e cade nel “tranello” della fame chimica, evidenzia un aumento del peso corporeo(3).

Sicuramente quello che è quasi certo è che quando si è influenzati dalla fame chimica, si è attratti da cibi ricchi di carboidrati. Pizza, patate, gelati, snack salati, biscotti, dolci o, nella peggiore delle ipotesi, altri tipi di junk food.

Studi condotti negli Stati Uniti in particolare da Michele Baggio, professore di economia dell’Università del Connecticut, e Alberto Chong della George State University di Atlanta, hanno affiancato gli effetti della legalizzazione della cannabis ricreazionale all’aumento del consumo di cibo. Tali studi osservazionali hanno riportato dati piuttosto indicativi: un aumento del 3,1% nella vendita dei gelati, 4,1% in quella di biscotti, 5,3% in quella di patatine fritte e conseguente innalzamento del livello di sovrappeso e obesità tra gli adolescenti(4).

Utilizzare quindi il junk food come palliativo contro la fame chimica non rappresenta certo una buona idea o la soluzione più salutare per l’organismo.
Evidente, invece, è che il THC, quando usato in soggetti che soffrono di sindrome di deperimento, anoressia, cachessia, legati a presenza di cancro, porta queste persone ad un leggero miglioramento per quanto riguarda il peso e la composizione corporea.
La fame chimica, in definitiva, non è reale. E’ un inganno che subisce il cervello quando si usano determinate sostanze. In quanto tale, bisogna ingannarlo in altra maniera. Quindi mangiare prima di eventuale assunzione di droghe, fare attività fisica prima o, forse meglio, dopo assunzione (naturalmente dipende da quanto si è fumato), mangiare roba salutare, come snack di frutta, ghiaccioli di frutta, frutta secca, carne rossa e, soprattutto, bere tanta acqua.

Come avete potuto leggere negli ultimi articoli qui pubblicati, sia l’alcool, sia le droghe leggere ci indirizzano verso i carboidrati, protagonisti di tanti piatti e pietanze nostrane, non ultima la pizza.

Prossimamente vi spiegheremo il perché! Intanto se volete c’è un’intera sezione sul sito chiamata Pizza è Salute.

  1. Endogenous cannabinoid system as a modulator of food intake; Cota et Al.; Int J Obes Relat Metab Disord.; 2003
  2. Cannabinoids and appetite stimulation; Mattes et Al.; Pharmacol Biochem Behav.; 1994
  3. Marijuana use, diet, body mass index, and cardiovascular risk factors (from the CARDIA study); Rodondi et Al.; Am J Cardiol.; 2006
  4. Recreational marijuana laws and junk food consumption; Baggio & Chong; Econ Hum Biol.; 2020

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