Il pomodoro cinese prodotto da vittime di genocidio (e che l’Italia importa senza troppe domande)

Un'inchiesta di CBC e IrpiMedia rivela come il concentrato di pomodoro che importiamo in Italia sia prodotto col lavoro forzato dei prigionieri uiguri nei campi di concentramento cinesi.

Rubrica di Giuseppe A. D'Angelo — 3 anni fa

Pomodori coltivati, raccolti, processati ed esportati in tutto il mondo grazie alla manodopera di una popolazione sottoposta a genocidio, repressione culturale e violenze: è il risultato di un’inchiesta condotta dalla rete canadese CBC e dalla testata non-profit di giornalismo investigativo IrpiMedia sulle massicce importazioni di concentrati di pomodori dalla Cina prodotte con il lavoro forzato della popolazione degli uiguri nei campi dello Xinjang.

L’inchiesta, passata un po’ in sordina in Italia al momento della sua pubblicazione, è stata divulgata da Alessandro Masala tramite il suo canale YouTube Breaking Italy, una striscia quotidiana di notizie con opinioni. Masala ha spesso affrontato tra i suoi argomenti le tematiche dei rapporti tra Italia e Cina, e in generale il ruolo del paese del dragone sull’economia globale. E nell’ultimo anno si è impegnato più volte a diffondere notizie sulle repressioni operate sistematicamente dal governo cinese nei confronti della minoranza uigura.

Gli uiguri sono una popolazione turcofona a religione musulmana, riconosciuta ufficialmente come una delle 55 minoranze etniche della Cina, ovvero non appartenenti alla principale etnia Han. In realtà il termine minoranza è relativo alla sterminata popolazione cinese, ma fuorviante: perché parliamo di quasi 13 milioni di persone, localizzate prevalentemente nella regione dello Xinjang.
Da sette anni, gli uiguri stanno subendo un processo di persecuzione della loro etnia e cultura da parte del governo cinese. Questa è culminata nella reclusione arbitraria di almeno un milione di persone in enormi prigioni, che la propaganda di partito chiama campi di rieducazione, ma che sono a tutti gli effetti dei campi di concentramento, dove i prigionieri vengono sottoposti a torture e lavori forzati.

Tra i lavori forzati c’è proprio quello della coltivazione e raccolta di pomodori, i quali vengono utilizzati per la produzione di concentrato esportato nel mercato estero. La Cina è il secondo maggior produttore del mondo, dopo gli Stati Uniti. E l’Italia, come è già ben noto da anni, ne è l’importatore principale. Molte aziende nostrane si riforniscono di concentrato da distributori internazionali che fanno capo al colosso di produzione Cofco Tunhe. A loro volta, rielaborano il prodotto per rivenderlo a operatori della GDO di altri paesi, come le catene Tesco e Asda nel Regno Unito, Whole Foods in North America, o Lidl e Aldi in Germania.

Molte delle aziende in questione sono localizzate nell’area tra Nocera e Sarno, non casualmente proprio nella zona di produzione italiana di pomodori più rinomata, dove l’industria conserviera è particolarmente forte. I nomi riportati dall’inchiesta sono Petti, Attianese, Giaguaro e La Doria. Paradossale il fatto che mentre alcune di queste industrie neghino di essere a conoscenza dell’origine del concentrato acquistato dai distributori, altre invece si fanno scudo di una giustificante come “non li vendiamo per il mercato occidentale, ma li mandiamo in Africa”. Come se ci fosse una maggiore preoccupazione della sensibilità che gli europei possano avere nei confronti dell’argomento dei diritti umani rispetto alla popolazione del continente africano (da cui, ricordiamo, proviene tutta la manodopera sottoposta a caporalato nei nostri campi).

Uno dei problemi principali di questi commerci è che le legislazioni sulla dichiarata origine degli alimenti cambiano da paese a paese. Così, ad esempio, un consumatore canadese non saprà mai che la passata che consuma è prodotta dalle mani di schiavi in Cina, semplicemente perché l’etichetta non ne riporta la provenienza cinese. E mentre gli Stati Uniti lo scorso gennaio hanno bandito l’importazione di prodotti derivati del pomodoro che abbiano qualsiasi collegamento con la Regione Autonoma, il Canada non si è ancora pronunciato in merito.

L’approfondita indagine di IrpiMedia esamina anche quali siano le metodologie di laboratorio che possono dimostrare l’origine del concentrato tramite il rilevamento di elementi chimici presenti nei campi di coltivazione cinesi, messi a confronto con campioni certificati, con studi scientifici che vengono poi sottoposti a revisione di pari. Si tratta di un’inchiesta nell’inchiesta in cui si rivela come l’ente promotore di queste ricerche, la Stazione Sperimentale per l’Industria Conserve Alimentari (SSICA), sia stato esso stesso al centro di un terremoto per lo scioglimento del suo CdA e il commissariamento, mentre alcuni membri venivano sottoposti a indagini giudiziare. E come la stessa industria conserviera, a cui sono destinati i risultati di queste ricerche, non sia interessata a prendere provvedimenti in merito alla natura dei prodotti che acquistano dal mercato cinese.

Si tratta di un’inchiesta con diverse ramificazioni, e che come al solito ci dovrebbe far porre qualche domanda sui nostri consumi. Lo stesso Masala, nel video, si chiede: su chi ricade la responsabilità? Sulle aziende, che importano consapevoli dei metodi di produzione? Sullo Stato, che favorisce i rapporti commerciali con la Cina nonostante queste violazioni dei diritti umani siano ormai acclarate? O su noi consumatori, che continuiamo ad acquistare anche alla luce di queste rivelazioni? Il presentatore sottolinea proprio come ci sia un’indifferenza generale nei confronti di una situazione che è ormai sotto gli occhi di tutti: e cioè che la nostra filiera agricola si regga sul lavoro di braccianti pagati a nero per pochi euro l’ora, e che vivono e lavorano in condizioni disumane nei nostri campi. Figuriamoci per il destino di milioni di persone localizzate in un paese così lontano da noi.

Vi lasciamo l’episodio di Breaking Italy che riassume perfettamente la vicenda (il video parte dal minuto del racconto).

La foto in apertura è tratta da The Guardian.
Le foto dell’articolo sono tratte da da AsiaNews.it
Global Times.

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