Pizza con ananas: storia dell’odio mondiale verso la variante hawaiana

Ma è proprio vero che siamo solo noi italiani a prendercela tanto quando si parla di pizza con l'ananas? I fatti dimostrano il contrario.

Rubrica di Giuseppe A. D'Angelo — 4 mesi fa

Pizza con ananas hawaiana

C’è un meme molto divertente che gira in rete. Un immigrante italiano è tenuto fermo da dei sadici e, mentre si agita e dispera, è costretto ad assistere a una scena orribile: una fetta di ananas viene aggiunta su una pizza.
Il meme gira in varie versioni. In alcune l’immigrante diventa un soldato italiano torturato dalle truppe alleate, in altre prende il nome di “tecnica di tortura italiana”, ma il messaggio che manda è sempre lo stesso: noi italiani reagiamo in maniera estrema alla profanazione dei nostri piatti preferiti.

E fin qui, non stiamo dicendo niente di nuovo. La nostra reputazione ci precede, e a dire la verità siamo anche un po’ orgogliosi nel nostro “integralismo”. Lo stereotipo dell’italiano che incendierebbe palazzi pur di non vedere l’ananas messa sopra una pizza ci caratterizza un po’ in tutto il pianeta.
Ma la domanda che mi sono fatto io è: ce lo meritiamo davvero? Perché a ben vedere, quest’odio verso la cosiddetta pizza hawaiana sembra in realtà abbracciare un po’ tutte le culture. E, a dirla tutta, noi italiani forse siamo anche tra i più moderati, se paragonati ad altri popoli. Non lo dico tanto per dire: ci sono fior fior di contenuti in rete che lo dimostrano, basta scavare e divertirsi.

Ma facciamo un attimo un passo indietro, partendo dalle origini della pizza con l’ananas. L’invenzione sarebbe da attribuirsi a Sotirios “Sam” Panopoulos, un immigrato greco trasferitosi in Canada nel 1954, all’età di 20 anni. Il suo primo contatto con la pizza Sam lo avrebbe avuto proprio con quel lungo viaggio in mare, quando la nave fece scalo a Napoli. Una volta arrivato in Ontario, il ragazzo si stabilì nella città di Chatham, dove aprì un ristorante, il Satellite. Lì cominciò a offrire cucina cinese adattata ai gusti del pubblico americano.

A quel tempo la pizza in Canada era pressoché sconosciuta. La prima volta che Panopoulos la vide fu qualche anno dopo nella vicina città di Windsor. Decise così di sperimentare nel suo ristorante e, come ogni bravo pioniere, testava ingredienti e abbinamenti. Un abbinamento in particolare era nelle sue mire: il dolce e l’acido, che cercava di ricreare guardando proprio al modo in cui i cinesi cucinavano il maiale in agrodolce.

A quei tempi un ingrediente che stava facendo particolarmente furore negli scaffali dei supermercati era l’ananas in lattina: si trattava di uno dei simboli della cultura tiki, la passione per l’esotismo polinesiano che si era diffusa dopo il ritorno dei soldati di stanza nelle isole del Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale, e che aveva invaso anche il Canada. Panopoulos si trovò una lattina tra le mani, del prosciutto cotto (ham) e decise di abbinarli assieme su una pizza al pomodoro. Et voilà, così nacque la pizza hawaiana nel 1962. Il nome derivava dal fatto che a quei tempi le isole Hawaii coprissero l’80% della produzione mondiale di ananas in lattina.

A detta stessa di Panopoulos, fin dall’inizio la gente gli diede del folle per quell’abbinamento. Ma lui non ci vedeva niente di strano, e i fatti gli hanno dato ragione: la pizza hawaiana divenne un prodotto di successo al Satellite, e successivamente nel mondo. Tanto è vero che il pizzaiolo ha sempre avuto il rammarico che all’epoca non c’era modo di brevettare il nome di un piatto.

Ma se anche avesse potuto farlo, forse sarebbe incappato in qualche controversia. Perché a quanto pare una Hawaiian pizza era già comparsa nei menù di un ristorante di Portland, nell’Oregon, nel 1957: Scott Wiener ci segnala che un ristorante chiamato Pizza Jungle offrisse con quel nome una pizza condita con ananas, papaya e peperoni verdi a fette.
Non solo: anche l’abbinamento ananas e prosciutto non era niente di innovativo. Nel 1955, in Germania, il cuoco Clemens Wilmenrod, considerato il primo celebrity chef televisivo del paese, inventò il Toast Hawaii con ananas, prosciutto cotto e formaggio. Lo snack divenne così popolare in Germania, che quando la pizza hawaiana prese piede, i tedeschi la considerarono solo come un’evoluzione naturale del toast.

Non è un caso che noi italiani guardiamo sempre con disgusto alla cultura culinaria dei nord-americani o dei nord-europei, accusandoli delle peggiori nefandezze, come se fossero incapaci di distinguere l’oggettivamente buono dal disgustoso plateale. Così facendo, però, cadiamo nello stesso tranello in cui gli altri cascano con noi, e cioè quello di considerare un popolo straniero come un ammasso di persone identiche con la stessa linea di pensiero. “Solo agli americani può piacere una cosa come la pizza con l’ananas”. Ehm, no, non è proprio così.

In un recente sondaggio di YouGov in cui si chiedeva agli americani quale fossero i loro condimenti preferiti e meno favoriti sulla pizza, il 35% ha dichiarato l’ananas tra quelli più detestati. E solo il 26% ha ammesso di gradirla.
Un sondaggio più focalizzato l’agenzia lo ha fatto nel Regno Unito: a loro hanno formulato la domanda diretta “ti piace la pizza con l’ananas”? Il risultato è stato molto più divisivo: il 53% si è detto a favore, il 41% contrario. Tra questi, ci sarà sicuramente lo chef scozzese Gordon Ramsay, che in una trasmissione ha dichiarato, col suo solito modo molto colorito, che “non si mette l’ananas sulla pizza”.

“Pineapple doesn’t belong on pizza” è stata anche l’espressione con cui il popolare conduttore statunitense Jimmy Kimmel ha concluso un suo monologo. Che tra l’altro fu ispirato da una notizia che fece il giro del mondo qualche anno fa: nel 2017 il presidente islandese Guðni Th. Jóhannesson disse che “se fosse stato in suo potere, avrebbe bandito l’ananas sulla pizza”. Una dichiarazione a cui venne chiesto di rispondere allo stesso Panopoulos, che fece spallucce: a distanza di tanti anni ancora non riusciva a comprendere come si potesse detestare così tanto un piatto. Morirà pochi mesi dopo con quell’interrogativo.

La pizza all’ananas ha comunque tanti estimatori nel mondo: gli australiani, ad esempio, sembrano apprezzarla molto. Lo stesso primo ministro canadese Justin Trudeau sentì di dover reclamare l’orgoglio nazionale nei confronti della dichiarazione del presidente islandese: “difendo questa deliziosa invenzione dell’Ontario”. Nonostante proprio un quarto dei canadesi ha dichiarato che la pizza sull’ananas è blasfemia.

Ma l’esempio più esilarante del sentimento straniero nei confronti della pizza all’ananas è questa gemma che troviamo negli archivi del CISA, l’agenzia federale americana per la sicurezza informatica. Un’infografica del 2019 che spiega con una metafora come le interferenze delle potenze straniere nella comunicazione sulla rete possano inquinare il dibattito pubblico. E qual è la metafora? La Russia vorrebbe convincere il popolo americano che la pizza con l’ananas è buona!

Gli esempi riportati sono degni di un capolavoro comico, come i troll che diffonderebbero false dichiarazioni come “essere contro l’ananas è anti-americano”. Un’intera serie di analogie simili per spiegare come conversazioni pilotate possano portare a manifestazioni pericolose anche nella vita reale. Con un disclaimer bello grosso, però: “A oggi, non abbiamo prove che la Russia (o altre nazioni) stiano attivamente intraprendendo delle operazioni contro dei condimenti per la pizza”, per pararsi la schiena da un’errata interpretazione di qualche analfabeta funzionale.

L’infografica era seria, ma negli States battute di questo tipo sono piuttosto ricorrenti. Questa scena del film Inside Out è entrata nella storia delle gag sulla pizza. E nel videogioco Cyberpunk 2077, viene persino immaginato il reato criminale di utilizzo dell’ananas che viola l‘Atto di Dissacrazione della Pizza.

Abbiamo appena eliminato il personaggio più pericoloso di Cyberpunk 2077, quello che metteva l'ananas sulla Pizza 🤩

Posted by Antonio Fucito on Monday, December 21, 2020

Tutti questi piccoli particolari, e anche numerose conversazioni con persone reali, ci dimostrano che il tema dell’ananas sulla pizza è piuttosto divisivo, per lo meno nel mondo occidentale (un’analisi globale richiederebbe molto più tempo, soprattutto se si considera che in molti paesi asiatici e africani l’ananas è uno dei frutti più abbondanti, quindi non farebbero molto testo).

Però c’è ancora da chiedersi: in Italia come la pensiamo?

Non prendiamoci in giro: conservatori siamo, e conservatori restiamo. Ma il dibattito è meno acceso di quanto si pensi. E si divide in due fazioni. Una, che io definirei pragmatica: non c’è bisogno di arrabbiarsi, si sa che l’ananas non va sulla pizza, fine della discussione. E un’altra, invece, più aperta mentalmente, a cui la questione sta totalmente indifferente e la proverebbe volentieri. Quest’ultima è anche figlia di una generazione più multiculturale e aperta alle sperimentazioni. Basti guardare alla pizzeria Crosta a Milano: la Ventricina di Simone Lombardi è un delizioso melting pot etnico di abbinamenti. E vogliamo parlare della Innominata di Pier Daniele Seu a Roma?

Ananas2 (Pizzeria Crosta, Palestro M1, Milano)

La pizza con ananas, ventricina e coriandolo da Crosta, a Milano

Ma anche dai pizzaioli campani, per tradizione considerati tra i più integralisti, ho visto sperimentazioni interessanti. Molti di loro, sia in Italia che all’estero, si sono divertiti con ricette a base del frutto tropicale. Il carpaccio di ananas ha fatto capolino nelle pizzerie Luna Rossa di Madrid, e Mister Pizza a Dortmund. E non dimentichiamoci che Franco Pepe non ha battuto ciglio quando, su provocazione di una giornalista che gli chiedeva se avrebbe mai fatto una pizza con l’ananas, ha risposto nel giro di poco tempo con la sua AnaNascosta. In quel caso il clamore fu enorme, vista la fama mondiale del pizzaiolo di Caiazzo. Il prodotto di Pepe era sicuramente interessante come ricetta, ma in termini concettuali non era un’idea inedita in ambito italiano.

In effetti il consenso degli appassionati di cucina è unanime: l’ananas è un ingrediente come tutti gli altri, e come tale va valorizzato. Fatto arrosto, cubettato, speziato, insaporito, grigliato, al vapore ma anche fresco, può legarsi bene con gusti dolciastri, piccanti o salati. La ricerca dell’equilibrio nei sapori rimane una delle sfide più stimolanti per i cuochi. Rifiutare di utilizzare un ingrediente a prescindere è una forma di snobismo che non si allinea bene con chi fa della continua sperimentazione la base del proprio mestiere.

Carpaccio di ananas grigliato, porchetta e salsa di senape e miele su base bianca. Pizza di Salvatore Mandellino a Dortmund.

Certo, in Italia avremmo sempre chi farà conservatorismo a oltranza, arroccandosi dietro i baluardi di tradizione e rispetto per le nonne. D’altronde, in un paese dalla cultura culinaria complessa e antica come la nostra, è comprensibile. Ma gli altri popoli, che scusa hanno per prendersela così tanto?

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